Regia: Gianni Serra

Prodotto dall’Unitelefilm con la collaborazione della Regione Umbria e della Provincia di Perugia, Fortezze vuote è una testimonianza dei tumulti vissuti dalla Psichiatria umbra negli anni ’70.
La ristrutturazione dei servizi psichiatrici ha percorso un lungo cammino, che arriva ai giorni nostri con fatica. Se da un lato il cambiamento ideologico sulla cura della malattia mentale ha portato alla nascita di realtà alternative e deistituzionalizzanti, dall’altro l’approdo a un sistema di reale integrazione sociale dei “matti” sembra ancora lontano.
Era il 1975 quando l’uscita del film sui giornali risuonò come “una risposta politica alla follia”, ma di fatto tutte le riflessioni e le problematiche discusse in questo film di quarant’anni fa non sembrano trovare ancora oggi risposte soddisfacenti.
La realtà è che i manicomi ancora esistono, sotto mentite spoglie, dietro giustificazioni mediche e sociali che sembrano difficilmente contestabili nei luoghi dove si legifera. La realtà è che le testimonianze di psichiatri, psicologi, infermieri, malati, cittadini, organizzazioni sindacali e culturali di allora ci riportano a un’esigenza di cambiamento ancora viva e vegeta. Si parla di ristrutturazione dei servizi, rete sul territorio, sostegno alle famiglie, costruzione di un rapporto tra i malati psichici e la popolazione che li circonda: niente di più attuale.
Le storie raccontate in Fortezze vuote riflettono i problemi di chi esce da un manicomio e ha paura del mondo. Come Marta, che non vuole uscire dalla “sicura” istituzione manicomiale. Poi c’è Zeffirino, che vive isolato in una cascina con la famiglia senza riuscire a parlare con nessuno, e piange. Giovanni, triste e di poche parole, pare che prima di andare in manicomio fosse stato rinchiuso in un castello per problemi politici, per via di una donna o per via di certe stranezze che nessuno racconta, men che meno il prete. Infine Marco: scrive musica e la sua vita è scandita da crisi violente e imprevedibili, ma una soluzione al suo malessere non sa dove cercarla.
La domanda è: quando un malato esce dal manicomio che fine deve fare? Carlo Manuali risponde che deve essere messo nella sua realtà, una realtà proporzionale al suo grado di autonomia. In quest’ottica “la terapia non è una proposta di felicità, è una proposta di realtà”.
Ma se il problema dei matti usciti dai manicomi è avere un dialogo con la realtà, la qualità di quest’ultima è un problema di tutti.

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