LES AIGLES DE CARTHAGE

Categoria PerSo Short

Di Adriano Valerio
Francia / Tunisia / Italia, 2020, 20′

Sabato 10 ottobre Postmodernissimo ore 17.45

SCHEDA DEL FILM

International title: The Eagles of Carthage
Regia: Adriano Valerio
Scrittura: Adriano Valerio
Sceneggiatura: Adriano Valerio
Direttore della fotografia: Corrado Serri
Produttori: Boris Mendza, Gaël Cabouat, Stéphane Landowski, Adam Selo, Olga Torrico
Produzioni: Full Dawa Films, Sayonara Film, APA, French Lab Agency, Les Cigognes Films
Distribuzione: Elenfant Distribution
Produzione esecutiva: APA
Organizzatore generale: Olfa Ben Achour
Montaggio: Julien Perrin
Suono: Aymen Laabidi
Sound Designer: Yohann Bernard and romain Huonnic
Cast: Nasredine Ben Maati
Colonna sonora originale: 2two, Denya Okhra and Kaso

SINOSSI

ITA: 14 Febbraio 2004, Stadio Olympico di Radès, Tunisia. L’intera nazione tifa per la vittoria di The Eagles of Carthage contro il Marocco, nella finale per la Coppa Africana. Dopo diverse sconfitte si trovano a un solo passo dalla gloria. Quindici anni dopo la partita, i tunisini sentono ancora le emozioni del giorno che profondamente toccò la storia del loro paese.

Note di regia

Da bambino, come molti coetanei, passavo giornate intere a giocare a pallone nel cortile del mio palazzo, in provincia di Milano. La mia passione per questo sport proseguiva nelle vesti di tifoso, sfegatato, dell’Inter. Negli anni mi sono reso conto che spesso il calcio (giocato o discusso) mi ha permesso di abbattere delle barriere nelle relazioni interpersonali, che fosse nella mia vita quotidiana o nel corso dei tanti viaggi che, per passione o per lavoro, mi hanno portato in diversi Paesi del mondo. Ho incontrato persone giocando a calcio sulla Piazza Meskel, ad Addis Abeba, sui campi de Zambia e Burundi e persino sull’unico campo di Tristan da Cunha, in netta pendenza e dove vince sempre chi gioca in discesa. Ho vissuto l’esperienza straordinaria di vedere il Boca segnare nella Bombonera di Buenos Aires, ed, esultando, spaventarmi sentendo gli spalti tremare al boato dei tifosi.

La Coppa d’Africa è una competizione che mi ha sempre particolarmente affascinato. L’ho seguita soprattutto nelle mie due città di adozione, Palermo e Parigi: nell’Oratorio di Santa Chiara, a Ballarò, dove tutta la comunità dell’Africa Centrale si ritrova per guardare le partite su un grande schermo all’aperto; e nei bar del Boulevard de Belleville, con la comunità nordafricana. Ho sentito quell’adrenalina dei tifosi, che provo ogni volta in cui gioca la mia squadra. Ma ho percepito anche qualcosa di più forte e profondo: non il semplice senso di appartenenza che i tifosi provano nel guardare la propria squadra nazionale giocare la Coppa del Mondo, ma piuttosto, e soprattutto nel caso di certi tifosi e certi Paesi, una voglia di riscatto attraverso il calcio: la voglia di dirsi che si è all’altezza degli altri, che il proprio popolo può essere – almeno in quel contesto – il vincitore.

Come asserisce Eduardo Galeano, infatti, “Il calcio rappresenta un’utopia, un riscatto sociale, un’opposizione al potere (…) perché anche se il Potere cerca sempre di manipolarlo, continua ad essere l’arte dell’imprevisto”.

Il calcio è comprensibilmente odiato da molti perché si tratta di un sistema con un immenso indotto economico, che soffoca altri sport e soprattutto molti temi di attualità. Chi non ama il calcio percepisce la passione per questo sport sostanzialmente come una forma di demenza collettiva. Io, al contrario, faccio parte dell’enorme comunità che ama questo gioco, e forse addirittura di una setta più ridotta che ne è ossessionata, nel senso che il calcio mi affascina in tutti i suoi aspetti: come tattica, occupazione degli spazi, valorizzazione del singolo attraverso il collettivo e del collettivo attraverso gli individui. Mi entusiasmano i virtuosismi dei giocatori di talento, del presente e del passato. Mi affascina il rito sportivo, ad ogni livello – anche amatoriale.

Il rumore dei tacchetti negli spogliatoi, i dettagli del pre-partita.

In tale contesto, mi ha molto appassionato poter sentire la colonna sonora del campo, nelle partite giocate a porte chiuse. Mi piace la letteratura sportiva, specialmente quella sudamericana. Ma amo il calcio anche come fenomeno sociale e come rito, in questo caso, popolare. Il film prova a fare coesistere tutti questi aspetti.

Adriano Valerio

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, attualmente insegna Regia e Analisi Cinematografica all’International Film School di Parigi, all’Accademia Libanese di Belle Arti di Beirut e all’Istituto Marangoni. Il suo cortometraggio “37 ° 4S” ha vinto il David di Donatello, il Premio Speciale Nastro d’Argento (2014) e una Menzione Speciale al Festival di Cannes (2013). Il suo primo lungometraggio “Banat – the Journey” è stato presentato alla Settimana della Critica (2015) a Venezia, e presentato in più di 65 festival in tutto il mondo. È stato nominato per il David di Donatello come miglior regista emergente. Il suo cortometraggio «Mon Amour Mon Ami» è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (Orizzonti, 2017) e al TIFF e premiato con l’Amnesty Award (Parigi, 2018) e Bridging the Boarders (Palm Springs, 2018).

Ha diretto due episodi della serie TV Close Murders, prodotta da Rai e Freemantle. 2017 DON’T KILL / Adriano Valerio / Produzione: Rai Fiction, Fremantle Media Italia 2015 BANAT (IL VIAGGIO) / Adriano Valerio / Produzione: Movimento Film.