Scheda tecnica
Titolo originale:Haiku 27
Regia:Nikolaj Servettini
Sceneggiatura:Nikolaj Servettini
Fotografia:Emanuele Palladino
Montaggio:Emanuele Palladino
Sound design: Emanuele Palladino
Musiche originali: Tiziano Altieri
Fonico: Lorenzo Giulietti
Mix e Master audio: Cristian Pandele (MS Studio)
Costumista: Evelyn Bellatreccia
Scenografia: Nikolaj Servettini, Tiziano Altieri, Davide Morlachetti
Trucchi ed effetti speciali: Roberta De Santis, Manila Basolini, Nikolaj Servettini, Mattia Scarchini, Martina Gentile, Aurora Pelella
Coordinatore animali: Marco Iovene
Produzione: Aqua Arida Production
Sinossi
Yori è un giovane musicista punk che vive rintanato in un appartamento lurido, tormentato dalle sue dipendenze e dal padrone di casa che vorrebbe cacciarlo via. Le sue uniche armi, per difendersi dal mondo esterno, sono il basso e la katana. Ma forse il vero nemico è dentro di lui: un incubo psicologico che fonde horror italiano e cyberpunk giapponese.
Note di regia
Haiku 27 si muove tra horror e drama, innestando l’iconografia punk e l’estetica del Giappone underground nel grigiore della provincia italiana. Questo contrasto è il cuore dell’opera, un’identità presa in prestito come armatura che si schianta contro affitti scaduti e fallimenti. Haiku 27 parla a una Gen Z cresciuta con l’immaginario di Berserk, Evangelion e Ken il Guerriero, trasformando l’esotismo nipponico in linguaggio nativo con cui metabolizzare il dolore.
Si crea così un ponte culturale unico. Da un lato la tradizione nostrana del racconto d’artista e dell’orrore viscerale, dalla disperazione di Pompeo di Andrea Pazienza alle atmosfere di Dèmoni di Bava; dall’altro il nichilismo di Takeshi Kitano, il body horror e la furia dei manga underground.
Al centro vi è la tossicodipendenza vissuta come liturgia di autodistruzione e sacrificio. Yori è il fulcro magnetico del racconto: una creatura fragile e ferale la cui mutazione demoniaca si fa poesia viscerale, priva di paternalismi sociali. L’impianto sonoro riflette questa lacerazione, alternando distorsioni industriali e silenzi d’astinenza in un cortocircuito tra sublime e miseria.
Attraverso una spietata critica sociale, il film rappresenta per l’autore un atto di redenzione artistica, una messa a nudo che trasfigura le proprie esperienze in un’opera pura, feroce e necessaria.
— Nikolaj Servettini