Un po’ come il piccolo villaggio gallico di Asterix e Obelix (quest’anno siamo sensibili al tema fumetto), il nostro festival prova a resistere all’invasione di immagini spazzatura vere o artificiali che vogliono conquistare il nostro immaginario. Per questo diamo spazio ad un cinema a dimensione umana, che con profondità cerca anche nelle immagini del passato una chiave di comprensione del presente, se non addirittura, un segno di speranza per il futuro. Il filo che attraversa molte delle opere della dodicesima edizione del PerSo Festival è infatti quello della memoria: non perdere gli ultimi testimoni – tra vittime e carnefici – dell’olocausto, per undici anni è stata l’ossessione di Claude Lanzmann; e in occasione di un toccante documentario in concorso, sul dietro le quinte della realizzazione di Shoah, proiettiamo per sei giorni, la versione integrale del suo lavoro monumentale. Sempre nel PerSo Award abbiamo un altro “film fiume”, basato su un eccezionale ritrovamento delle pellicole degli studenti di una scuola di cinema argentina attiva prima e all’inizio della dittatura. Anche i lavori più poetici o sperimentali, come i tre titoli italiani in concorso, intrecciano le immagini del passato con quelle del presente per ricostruire relazioni familiari – anche nelle sue pieghe più inquietanti e dolenti – o le motivazioni intime di quattro combattenti sul fronte repubblicano, nella guerra civile spagnola. Negli eventi collaterali, approfittando degli anniversari, onoriamo la memoria di due figure fondamentali nella storia culturale del nostro paese: Dario Fo (centenario della nascita) con la proiezione di una intervista al duo Fo/Rame su un loro spettacolo, e Andrea Pazienza (settantesimo, quest’ultimo nella cornice della mostra mercato organizzata da Ma Project nel chiostro del cinema Méliès) con il documentario che gli ha dedicato Stefano Mordini, e un incontro di autori ed esperti del fumetto contemporaneo.
Il viaggio in un passato più recente avviene invece con la retrospettiva dedicata a Carlo Cresto Dina: il produttore, tra molti altri, di tutti i film di Alice Rohrwacher e Leonardo Di Costanzo, che si è confrontato per molti anni anche con il cinema documentario. Sarà possibile infatti riscoprire i film prodotti nel periodo della sua collaborazione con la Fandango – oramai introvabili – che raccontano l’Italia a cavallo tra la fine dei novanta e i duemila; e anche ricordare la regista Enrica Colusso, recentemente scomparsa, con un suo film sulla tratta delle donne dell’Europa dell’Est, finanziato e poi censurato dalla RAI, che non lo ha mai mandato in onda.
Ovviamente il PerSo non è rivolto soltanto al passato: accanto alla selezione di opere in Realtà Virtuale, da quattro anni parte integrante del nostro programma, farà il suo debutto uno showcase dedicato ai cortometraggi realizzati con strumenti di Intelligenza Artificiale generativa, scelti per la loro capacità di raccontare il reale e affrontare temi sociali. Pensare al futuro significa anche voler coltivare un nuovo pubblico: un lavoro che il PerSo pratica tutto l’anno, organizzando laboratori e rassegne per le scuole e nella Casa Circondariale di Perugia-Capanne. Attività di formazione che preparano il terreno per la creazione delle nostre giurie degli studenti e delle detenute. Il festival infatti coinvolge ogni anno un numero sempre maggiore di studenti appassionati al cinema della realtà: tanto che un gruppo di ragazze e ragazzi della giuria universitaria della precedente edizione, hanno voluto far parte del comitato di selezione dei film di quest’anno.
Per la scorsa edizione del PerSo avevamo scelto come immagine del festival il momento che precede il bacio di una giovane coppia, durante una manifestazione dell’otto marzo del 1976. Volevamo dare un messaggio di speranza all’interno di un contesto di politica attiva, com’era quel fotogramma tratto dal girato di un documentario di Ugo Gregoretti. Quest’anno – sempre con la collaborazione creativa dello Studio Archis di Perugia – l’immagine è più inquietante: un fotomontaggio di diversi fotogrammi, tutti provenienti dal nostro film di apertura. Sono porzioni del volto di una giovanissima artista afgana, profuga in Iran, che tenta di raggiungere la madre in Europa, ma tra un tentativo e l’altro è costretta ad affrontare prove durissime. In questa immagine c’è comunque una luce: una candelina di compleanno (il suo sedicesimo) che l’artista tiene accesa tra le mani. Durante tutta la sua Odissea infatti, la protagonista di questo film trova, attraverso l’arte, l’energia per continuare a lottare.
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