Scheda tecnica
Regia:Giovanni Piperno e Stefano Rulli
Produttore:Angelo Barbagallo
Produzione:Bibi Film, in collaborazione con La Città del Sole
Fotografia:Giovanni Piperno
Montaggio:Paolo Petrucci
Con : Matteo Rulli, Stefano Rulli, Clara Sereni, Marco Casodi, Raffaella Serra, Wilma Recchia, Marta Sereni
Musiche originali: Valerio Vigliar
Suono in presa diretta: Max Gobiet
Aiuto regia: Giacomo Della Rocca
Montaggio del suono e mix: Marta Billingsley, Paolo Segat
Color grading: Giovanni Bivi
Note di regia
Note di regia di Stefano Rulli
Vent’anni fa, “Un silenzio particolare” nacque un po’ per caso per raccontare l’esperienza di una ‘vacanza particolare’ in un casale della campagna umbra dei ragazzi con problemi mentali de “La Città del sole”, la Fondazione creata poco tempo prima da me e mia moglie, Clara Sereni. Tra quei ragazzi c’era anche mio figlio Matteo, che fin lì aveva detestato il mio lavoro, vissuto come un nemico sconosciuto che rubava spazio al nostro rapporto. E che forse amavo troppo.
Quelle riprese sono state in realtà anche un modo per coinvolgerlo nel mio mondo, farglielo conoscere dall’interno, vivendo insieme per giorni e giorni quel gioco meraviglioso che è il cinema. Per questo, in quell’occasione, tra me e lui non ci poteva essere nessun altro: ho perciò affidato all’occhio neutro della telecamera il racconto di situazioni impreviste, lasciandola in funzione anche in momenti in cui il rapporto con mio figlio Matteo potesse avere una imprevista torsione drammatica, svelando la mia incapacità a dare la risposta giusta e mostrando miei momenti di difficoltà o reazioni sbagliate.
Ne “Il figlio più bello” la strada scelta è stata diversa: Matteo che faceva un viaggio di un mese con un’altra persona in Vietnam era l’immagine di quanta strada aveva fatto per andare nel mondo senza bisogno di me. Ma per raccontare la preparazione di quel suo viaggio solo con Marco, filmare Matteo a Saigon lontano da me e anche l’emozione del nostro ritrovarci al suo ritorno, ho sentito il bisogno di avere accanto fin dall’inizio un altro autore.
Per farlo ho deciso di chiedere questo ‘sguardo altro’ a una persona di cui io mi fido totalmente sia a livello artistico che umano, ma anche già conosciuta da Matteo e vissuta da lui come una presenza amica. Avere al mio fianco un cineasta come Giovanni Piperno è stato perciò decisivo, perché lui come pochi poteva essere una figura esterna ma al tempo stesso solidale e in grado di cogliere, come autore, meglio di altri le mie emozioni.
Così, quando io ero al centro delle riprese come padre di Matteo, Giovanni ha avuto la libertà di filmarmi come credeva meglio, ma anche la sensibilità per tener sempre d’occhio, pure quando appariva meno centrale, la relazione con mio figlio.
Da Perugia a Saigon e ritorno, Matteo è dunque sempre al centro della storia, ma è raccontato da me e da Giovanni con sguardi convergenti e insieme diversi. E forse, proprio nella loro diversità, riescono forse a raccontare la complessità del rapporto di Matteo con la realtà meglio di uno sguardo unico.
Il montaggio di Paolo Petrucci è stato poi un passaggio fondamentale per ricondurre le immagini riprese in una struttura narrativa coerente, senza però mai sacrificare l’intensità emotiva racchiusa nel girato in uno schema rigido.
C’è da dire che girando questo film l’unico rimpianto è non aver potuto girare in parallelo un altro film che mi scorreva davanti agli occhi: quello in cui fonici, microfonisti, macchinisti e addetti alla produzione hanno costruito, giorno dopo giorno, un rapporto tutto loro con Matteo e gli altri ragazzi della Fondazione. Ma anche con psichiatri, psicologi e operatori de “La città del Sole”. Un rapporto fatto di piccoli gesti, qualche battuta e poche domande, ma anche di qualcosa di molto importante che ci accomunava tutti: la convinzione che per cambiare la mentalità della gente decisiva è la creatività, quella artistica così come quella sociale.
Note di regia di Giovanni Piperno
Da una decina d’anni Stefano Rulli per me è diventata una figura di riferimento, direi paterna, se non fosse che tra noi ci sono solo quindici anni di differenza. Perciò quando nella primavera del 2023, per il venticinquennale della sua Fondazione, mi ha chiesto di dargli una mano per realizzare un documentario sugli appartamenti dove studenti universitari vivono con persone con sofferenze psichiche, ne sono stato felice ed onorato.
Durante un viaggio di sopralluoghi a Perugia avevo chiesto a Stefano di raccontarmi la storia di come lui e la sua ex moglie, la scrittrice Clara Sereni, avevano affrontato le difficoltà sorte con la nascita di Matteo. Al ritorno da quei sopralluoghi gli ho espresso la mia convinzione che la sua storia familiare fosse più forte di quelle degli abitanti degli appartamenti, che in qualche modo erano tutti figli del primo esperimento di convivenza vissuto da Matteo.
Stefano non ama particolarmente essere al centro della scena: lo aveva fatto solo una volta, coraggiosamente, nel film del 2004 Un silenzio particolare, girato con Clara e Matteo. Quel film era stato una sorta di secondo capitolo, questa volta molto personale ma altrettanto potente, di una trilogia involontaria realizzata nell’arco di mezzo secolo. Un cinema, sempre liberatorio, che vuole confrontarsi con “l’altro” – e con le paure del nostro lato oscuro che questo confronto suscita – cominciata con Matti da slegare nel 1975 (con Silvano Agosti, Marco Bellocchio e Sandro Petraglia). Però, da grande uomo di cinema qual è, Stefano non solo ha accettato il cambio di rotta, ma si è messo in gioco fino in fondo, in un percorso che stavolta lo vedeva anche vero protagonista del film.
E se nel cinema della realtà l’imponderabile è sempre il dono che si aspetta, in questo caso però ci ha anche condotto verso un percorso complesso e doloroso, al quale Stefano non si è mai sottratto; forse perché lo ha sentito utile sul piano personale, oltre che su quello artistico. E se così fosse, comunque non sarebbe stato l’unico ad aver utilizzato questo lavoro per riconciliarsi con un pezzo della propria storia: fin dall’inizio anche io sentivo estremamente necessaria la presenza di Clara Sereni nel film, e credo di aver trasferito su di lei il desiderio di riavvicinarmi a mia madre, morta a cinquantanove anni nel 2001, dopo aver sofferto per gran parte della sua vita di problemi psichici.
Il rapporto di profonda fiducia reciproca con Stefano, che ci ha permesso di condurre una co-regia senza problemi e di realizzare delle riprese così intime e delicate, si è poi allargato al montatore Paolo Petrucci e al suo assistente Alessandro Aniballi; regalandoci “alla moviola” un lavoro di squadra fertile e incredibilmente armonioso, che pensiamo abbia prodotto un film utile ed emozionante per gli spettatori, come è stato per noi realizzarlo.